Emanuele Piazza, il cacciatore di latitanti ucciso dalla mafia e dai silenzi

Era una Palermo diversa da quella di oggi. Una città sanguinante, alle prese con tritolo, corvi e talpe. Che faceva le prove generali per Capaci e via D’Amelio del ’92 ed era reduce da un maledetto 1989, l’anno del fallito attentato a Falcone nella villa all’Addaura e della morte misteriosa dell’agente Agostino.

Piazza, figlio di un avvocato, è un giovane 007 di 29 anni. Il Sisde lo ha messo alla prova. Gravita intorno ai commissariati di Mondello e San Lorenzo e il suo lavoro (quelle che in gergo chiamano “soffiate”) provoca un paio di arresti e il ritrovamento di una base di armi, auto e moto allo Zen. Così qualcuno consegna un elenco di latitanti da cercare. Una lista su carta intestata del ministero degli Interni tra cui spicca il nome di Totò Riina.

Quel 16 marzo del 1990 di Emanuele Piazza si perdono le tracce. Non torna nella sua casa di Sferracavallo. E’ un venerdì. Il papà il giorno dopo festeggia (anzi, avrebbe dovuto farlo) il compleanno, aspetta il figlio invano e denuncia la scomparsa (del suo caso se ne occupa anche Chi l’ha visto?, che curiosamente appena 6 giorni dopo – il 23 marzo 1990 – accenderà i fari su Santina Renda, la bambina palermitana anche lei sparita nel nulla). 

Che fine ha fatto Emanuele Piazza? Nessuno parla. E perfino le istituzioni a quel punto alzano un muro. Viene anche negato che Piazza lavorasse per il Sisde. Emanuele sembra scomparso nel nulla. Fino a quando Giovanni Falcone riesce a strappare all’ex capo del Sisde, Riccardo Malpica, una dichiarazione dalla quale risultava la qualifica di agente in prova. Malpica ammette i contatti dei servizi con il giovane solo sette mesi dopo la scomparsa. Un ritardo grave, cruciale per le indagini. Dopo un lungo processo vengono inflitti tre ergastoli. E una sentenza: i mafiosi di San Lorenzo avevano capito il suo ruolo. E per questo avevano deciso di eliminarlo. La causa della morte è da ricercare proprio nell’attività di intelligence, finalizzata alla cattura del latitanti, che Piazza svolgeva per il Sisde. 

Emanuele viene attirato fuori dalla sua abitazione da quello che lui riteneva un amico, Francesco Onorato (ex pugile, coetaneo e suo vecchio compagno di palestra) con la scusa di cambiare un assegno in un negozio di mobili di Capaci (a pochi minuti di distanza da Sferracavallo). Onorato conduce Piazza in uno scantinato dove l’agente viene strangolato. Poi il suo cadavere viene sciolto nell’acido in un casolare della campagna di Capaci, a poche centinaia di metri dal luogo dove nel 1992 troverà la morte lo stesso giudice Falcone. La ricostruzione del delitto avviene proprio grazie alle rivelazioni di due collaboratori di giustizia, lo stesso Onorato e Giovan Battista Ferrante. L’ordine dell’omicidio sarebbe partito da Salvatore Biondino, lo storico autista di Totò Riina. Probabilmente Biondino era al corrente di chi fosse Emanuele Piazza e soprattutto che avesse il compito assegnato dai servizi segreti (altamente riservato) di ricerca dei latitanti. L’ordine dell’omicidio sarebbe stato impartito dunque perché Piazza era diventato troppo scomodo.

Per l’uccisione di Piazza sono stati condannati all’ergastolo Salvatore Biondino, Antonino Troia e Giovanni Battaglia. Solo la scelta del rito abbreviato ha risparmiato la massima pena a Salvatore Biondo e al cugino omonimo, a Simone Scalici e ad Antonino Erasmo Troia. Per loro trent’anni. I pentiti Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante invece sono stati condannati a 12 anni. 

Oggi Emanuele Piazza sarebbe un signore di 60 anni. La sua morte forse è stata dimenticata da troppi. Per tanto tempo la verità è stata tenuta lontana e nulla si è saputo di questa vittima di mafia dimenticata. Questa mattina Emanuele è stato ricordato, a Palermo, grazie a una iniziativa voluta fortemente dal fratello Andrea. In piazza Giovanni Paolo II è stata sistemata una pietra con la speranza che possa essere la prima del “Marciapiede della memoria, delle vittime di mafia dimenticate dalle istituzioni”. Un seme nel cemento. Per non dimenticare.

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